giovedì 12 febbraio 2015

Novità da Bollati Boringhieri editore

NARRATIVA

In libreria dal 15 gennaio
Audrey Magee
Quando tutto sarà finito
Romanzo

Un esordio straordinario che ha scatenato un’asta accesissima in tutto il mondo.
Uno stile rapido e innovativo, con lo straordinario ritmo di dialoghi serrati e incalzanti, che ricordaVenivamo tutte per mare di Julie Otsuka. La storia di un amore per caso, una straordinaria capacità di coniugare orrore ed eleganza.

Questa è la storia di un «amore per caso», raccontata per dialoghi, su due palcoscenici: la Berlino in guerra e il fronte russo a Stalingrado.  Stalingrado.
Peter Faber è un soldato semplice, un insegnante spedito sul fronte orientale. Katharina Spinell è una ragazza di Berlino, con un lavoro poco attraente e genitori oppressivi. I due si sposano senza essersi mai conosciuti: è un matrimonio di assoluta convenienza, che garantisce a lui una licenza di dieci giorni, a lei una pensione Peter dovesse morire in guerra.
Inaspettatamente, i due ragazzi si innamorano a prima vista, e al momento della separazione si scambiano promesse di fedeltà e di un futuro insieme. Il ricordo dei brevi giorni passati con Katharina e il sogno di una vita familiare al ritorno, sono le uniche cose che permettono a Peter di resistere agli orrori del fronte russo, raccontati nei dettagli, quasi sempre per dialoghi con il gruppetto di commilitoni che lo accompagnerà fino a «quando tutto sarà finito». Anche Katharina, a Berlino, si ripete che «quando tutto sarà finito» riuscirà a crearsi una vita con Peter e il bambino che nel frattempo si accorge di aspettare, e soprattutto a sfuggire al controllo ossessivo di un padre convinto seguace della dottrina nazista: è questo il personaggio che meglio di tutti rappresenta la Germania del tempo, quella della «banalità del male», quella della gente comune che ritiene legittimo impadronirsi delle case degli ebrei deportati, stanare i fuggiaschi e continuare a brindare alla vittoria e a godere dei privilegi conquistati all’interno del regime anche quando la realtà annuncia la sconfitta. Sempre più stanco e disilluso Peter, sempre più ansiosa per il proprio destino e quello del figlio Katharina, continuano a scambiarsi lettere e promesse, fino alla fine della guerra e di ogni speranza, attraverso le vicende spaventose che sconvolgono tutti i cittadini della nazione sconfitta. Le difficili, alterne emozioni dei due ragazzi, e dei loro compagni nel drammatico viaggio, sono rivelate con estrema efficacia dalla forma narrativa che sceglie la Magee: brevi, distaccate descrizioni di gioie e orrori, di ambienti per lo più claustrofobici ed essenziali, e lunghi, incalzanti dialoghi, sempre più aperti e sinceri, sempre più rivelatori del dramma interiore di ciascuno man mano che la sconfitta, della nazione e di ogni individuo, si avvicina. Con le poche, pacate eccezioni di chi rimane moralmente integro nonostante tutto.
Finalista 2014
Baileys Women’s Prize

Audrey Magee lavora da dodici anni come giornalista per, tra altre testate, «The Times», «The Irish Times», «The Observer» e «The Guardian». Ha conseguito un Bachelor of Arts in tedesco e francese all’University College di Dublino e un master di giornalismo al Dublin City College. Vive a Wicklow con il marito e le tre figlie. Quando tutto sarà finito è il suo primo romanzo.



In libreria dal 29 gennaio

Israel J.Singer
A oriente del giardino dell’Eden
Romanzo

Mattes Ritter è un venditore ambulante che percorre dal lunedì al venerdì le campagne della Polonia barattando cianfrusaglie con cibo, pelli e qualche spicciolo. Per poi tornare al suo villaggio, alla sua capanna e alla sua famiglia per il Shabbath. La moglie, Sara, è stremata dalle gravidanze e dalle fatiche domestiche. Non ci si stupisce quindi che nella nascita di un figlio maschio, Nachman, Mattes riponga le speranze di una vita, deciso a fare del piccolo un dotto e stimato rabbino. Quando però Nachman viene sedotto da Hannah, e dalla sirena non meno potente del credo socialista, le speranze di Mattes cominciano a svanire. Ancora di più quando la bella, intelligente a avventurosa figlia Sheindel, che lavora come domestica a Varsavia, rimane incinta di un soldato russo, costringendo tutta la famiglia a trasferirsi nella grande città. Dove l’altra figlia, Reisel, incontra un destino ancora peggiore. A Mattes, chiamato a  combattere nella prima guerra mondiale, resta solo un desiderio, che si porta dietro scritto su un pezzetto di carta: alla morte, venire sepolto come un ebreo. Ma anche questa speranza finirà in una fossa comune. Nachman, diventato un agitatore socialista, finirà nelle prigioni polacche, e poi, rilasciato, inseguirà il suo sogno in terra sovietica, accolto a braccia aperte solo del Commissariato del Popolo per gli Affari Interni. Di nuovo arrestato e poi rilasciato con l’aiuto di Daniel, un leader socialista polacco, verrà alla fine espulso dal paradiso sovietico e si troverà a vagare nella terra di nessuno tra il confine russo e quello polacco. Autore di quel bellissimo affresco, indimenticabile per ampiezza di visione e intenti, che è I fratelli Ashkenazi, I.J. Singer offre di nuovo il quadro di una comunità perseguitata, calpestata, ma animata da un fuoco segreto, da un fervore che motiva le azioni di ogni personaggio. Dimostrando ancora una volta una straordinaria conoscenza degli abissi della povertà, e del modo di pensare e agire di uomini prigionieri dei livelli più bassi della comunità ebraica polacca. Implicito nel racconto è il giudizio su chi permette a queste disuguaglianze e ingiustizie di esistere, in modo particolare degli ebrei prosperosi che vivono nello stesso villaggio della poverissima famiglia di Mattes.

Israel Joshua Singer (1893-1944), polacco, fratello maggiore del premio Nobel Isaac Bashevis, esordì nel 1922 con i racconti Perle, in yiddish, e continuò a scrivere in quella lingua anche dopo che si fu trasferito a New York (1933). La raccolta postuma di sue corrispondenze per il quotidiano «Jewish Daily Forward», Da un mondo che non c’è più (1946), costituisce una sorta di autobiografia. I fratelli Ashkenazi, ritenuto universalmente il suo capolavoro, è stato pubblicato da Bollati Boringhieri nel 2011.



In libreria dal 13 febbraio

Molly Antopol
Luna di miele con nostalgia

Acclamato da critica e pubblico, l’esordio di un’autrice nominata tra i 5 migliori autori americani sotto i 35 anni dalla National Book Foundation

Segnalato da «Huffington Post» tra i 30 libri da leggere nel 2014 • Definita da «Interview» uno dei 14 volti del 2014 • Scelto da Barnes and Noble, «Discover Great New Writers» • Selezionato dai librai indipendenti americani per Indies Introduce Debut Authors e Indie Next pick. • Consigliato dal «Telegraph» tra i migliori libri del 2014

«Questo libro susciterà nel lettore una grande nostalgia, non solo dei tempi andati, ma di un’altra epoca del racconto breve.
Quando Bernard Malamud, Isaac Bashevis Singer e Grace Paley dominavano la scena del mondo». «National Public Radio»


Luna di miele con nostalgia è un viaggio di esplorazione nell’anima di personaggi plasmati dalle forze della Storia: dire che un padre assente, già dissidente nella Praga comunista, si spaventa all’idea che la figlia possa svelare i suoi lati peggiori in una pièce teatrale che le è stata commissionata, non rende la ricchezza di contenuti di «L’uomo più silenzioso»; o che in «Luna di miele con nostalgia» il protagonista, innamorato di una emigrata ucraina, si accorge di quanto gli manchi una consapevolezza delle proprie origini proprio durante la luna di miele, non basta a trasmettere il senso di smarrimento che prova anche il lettore. Il talento di Molly Antopol consiste proprio nel comunicare a chi legge questi racconti le emozioni dei vari personaggi, anche quando sono lontanissimi dall’esperienza personale, dal mondo in cui si vive, dai problemi che si affrontano quotidianamente. È raro provare una simile sensazione di risveglio alle cose difficili, spesso orribili del mondo contemporaneo, quelle che si è tentati di dare per scontate: da Israele all’Ucraina, dal maccartismo alle purghe sovietiche, alla seconda guerra mondiale, da Boston a Gerusalemme, da Brooklyn a Los Angeles, l’autrice racconta storie che si leggono avidamente, sospesi nell’attesa. La rivelazione arriva nelle ultime righe, come succede nei racconti della premio Nobel Alice Munro. Il paragone non è esagerato: la Antopol riesce, in racconti brevi ma ricchissimi di trama, veri e propri romanzi in miniatura, a trasmettere concetti non semplici e insieme a suscitare sorpresa ed empatia. Chi legge abitualmente racconti sa che quelli di valore, quelli dei grandi autori, restano in mente a lungo, non diversamente dalle trame dei romanzi più famosi: è quello che succede con questi. Molti scrittori di cultura ebraica sono maestri della forma breve, ma Antopol li eguaglia solo per lo straordinario talento: anche se le ambientazioni e i personaggi appartengono proprio a questa cultura, il modo in cui l’autrice li racconta ha tutta la freschezza della migliore letteratura contemporanea di qualunque origine, credo o cultura.


«Un libro fresco e anticonvenzionale… Molly Antopol è una sicura promessa». «The New York Times»

«Bello, divertente, intrepido, squisito nella forma … È chiaro che siamo davanti a una grande narratrice – una scrittrice che sa emozionare, che possiede la profondità intellettuale di Saul Bellow e l’umorismo caustico di Philip Roth. Questo libro non è solo potente e importante: è necessario». Jesmyn Ward, vincitrice del National Book Award per Salvage the Bones

«Luna di miele con nostalgia è destinato a diventare l’evento di quest’anno … la ricchezza e la portata storica dei racconti di Antopol fanno di ogni storia un breve, denso, romanzo». «The Esquire»

«In una parola: wow!» «New York Journal of Books»

«Intelligenti e caustici, i racconti della Antopol ti conquistano all’istante». «The Library Journal»

«Una scrittura convincente e di grande empatia». «San Francisco Chronicle»

«A volte malinconici, spesso divertenti e sempre avvincenti, questi racconti sono una delizia». «The Guardian»

«Se desiderate vivere una completa esperienza emotiva in meno di venti pagine, non cercate oltre». «Harper’s Bazaar»


 Molly Antopol insegna scrittura creativa alla Stanford University. Ha di recente ricevuto una Wallace Stegner Fellowship e il premio della National Book Foundation 5 Under 35. Vive a San Francisco e sta lavorando al suo primo romanzo,The After Party.





SAGGISTICA



In libreria dal 22 gennaio
David Keith
L’alternativa razionale
I pro e i contro dell’ingegneria climatica

La forza di questo piccolo libro sta nell’analisi critica, razionale e solidamente informata.

David Keith, Eroe dell’Ambiente per la rivista «Time», non ha nessuna intenzione di nascondere i problemi che l’ingegneriaclimatica potrebbe causare. Ma non nasconde neppure il disastro che potrebbe derivare dall’immobilismo o, peggio, da una strategia sbagliata.

Il riscaldamento globale è il tema politico più importante e urgente sul tavolo – scivoloso e inconcludente – della comunità internazionale. Ne parliamo da anni ormai, lo temiamo, ma lo rimuoviamo dai nostri pensieri, per non essere costretti a fare i conti col futuro incerto, forse catastrofico, dei nostri figli e dei nostri nipoti. L’uomo industriale è diventato una forza geologica in grado di causare cambiamenti climatici a un ritmo mai raggiunto prima sulla Terra.  La reazione della comunità internazionale è stata finora essenzialmente conservativa: nel 1992 i governi del mondo hanno firmato a Rio de Janeiro una convenzione, impegnandosi a ridurre le emissioni di carbonio, riconvertendo le industrie verso un’energia pulita. Ad oggi, però, dopo vent’anni, l’emissione di carbonio è aumentata del 3% ogni anno. È evidente che non c’è la volontà. O forse proprio non si può. Sicuramente i costi della riconversione industriale sono immensi e i vantaggi incerti, quando non modesti. L’alternativa razionale a questa strategia della «rinuncia» (produrre meno, decrescere, con tutti i costi relativi di questa strategia) non gode di buona stampa, eppure forse è l’unica pragmaticamente percorribile. Si chiama «ingegneria climatica» e punta a intervenire con una qualche tecnologia che sia in grado di abbassare artificialmente il termostato della Terra, almeno il tempo necessario a guadagnare qualche decennio e consentire così lo sviluppo efficace di nuovi tipi di produzione di energia a impatto zero, che ancora non abbiamo, ma che stiamo cercando. La tecnologia più studiata, già realizzabile nel giro di pochi anni, si basa sull’acido solforico. Liberato nella stratosfera tramite aeroplani modificati, questo composto rifletterebbe i raggi del Sole nello spazio, dando respiro al pianeta e abbassando la temperatura di qualche grado, in maniera prevedibile e modulabile di volta in volta. Naturalmente ci sono dei rischi, e molti. Ma i rischi sono fatti per essere gestiti, non per trovare scuse e negare i problemi; altrimenti non andremmo neppure dal medico. Sicuramente questa strategia è fattibile in tempo utile e costerebbe infinitamente meno delle alternative finora proposte. C’è del lavoro da fare e va fatto in fretta. David Keith ci offre le basi per affrontare la questione in maniera consapevole. Poi faremo le nostre scelte.

David Keith è docente di Politiche pubbliche presso la Harvard Kennedy School e di Fisica applicata presso la School of Engineering and Applied Sciences, alla Harvard University. È stato insignito di diversi premi e riconoscimenti; la rivista “Time” lo ha indicato tra gli Eroi dell’Ambiente nel 2009.


In libreria dal 22 gennaio

Paolo Mazzarello
E si salvò anche la madre
L’evento che rivoluzionò il parto cesareo

Il primo intervento di parto cesareo studiato
per salvare, oltre al bambino, la madre.
 «Quella di Edoardo Porro, di Giulia Cavallini, e dell’intervento che li unì per sempre, è una storia della vita che sconfigge il tragico destino, per questo una vicenda che meritava di essere raccontata».

Nel 1876 una giovane donna di nome Giulia Cavallini, in procinto di partorire, entrò nella Clinica ostetrica di Pavia, dove venne visitata da Edoardo Porro, trentatreene professore ordinario di Ostetricia e Ginecologia. Giulia aveva sofferto di rachitismo durante l’infanzia e le ossa del bacino erano in condizioni molto precarie. Dopo la visita, la conclusione drammatica di Porro poteva essere una sola: «impossibile il parto per vie naturali». Quel bacino era inospitale. Il piccolo essere si sarebbe intrappolato in una prigione. A Porro non rimaneva alternativa: era «palese ed ineluttabile l’indicazione del taglio cesareo». Cioè, in quegli anni, morte quasi sicura per Giulia Cavallini. Nel tardo Ottocento il taglio cesareo provocava un terrore che proveniva da lontano, dalle profondità del passato. Era saldamente associato all’idea di morte della partoriente, sedimentata in secoli di drammi terribili. Anche i chirurghi esperti e gli anatomisti più abili dovevano arrendersi all’inevitabilità del destino di un’operata di taglio cesareo. Quella volta però Edoardo Porro non si arrese. Chirurgo attento agli sviluppi della medicina del suo tempo, lavorò febbrilmente contro il tempo e contro il destino, studiando e poi attuando un intervento originale e innovativo di parto cesareo, che avrebbe fatto storia. E si salvò anche la madreFu l’inizio di un’epoca nuova per le donne, un’epoca – la nostra – nella quale un parto cesareo non è più una condanna a morte sicura, bensì un intervento relativamente semplice, quasi di routine. Con la sua penna felice, la sua scrittura attenta ai particolari, la solidità delle fonti e il gusto delle belle lettere, Paolo Mazzarello ci regala ancora un altro libro da leggere d’un fiato, un po’ romanzo, un po’ saggio di storia della medicina, come ci ha ormai abituato nella sua abbondante e significativa produzione.

Paolo Mazzarello insegna Storia della Medicina all’Università di Pavia. È presidente del Sistema Museale di Ateneo di Pavia e direttore del Museo per la Storia dell’Università di Pavia. Presso Bollati Boringhieri ha pubblicato: Costantinopoli 1786: la congiura la beffa. L’intrigo Spallanzani (2004), Il genio e l’alienista. La strana visita di Lombroso a Tolstoj(2005), Il Nobel dimenticato. La vita e la scienza di Camillo Golgi (2006), Il professore e la cantante. La grande storiad’amore di Alessandro Volta (2009) e L’erba della regina. Storia di un decotto miracoloso (2013).

In libreria dal 5 febbraio

Giorgio Agamben
Stasis
La guerra civile come paradigma

Dopo Stato di eccezione – 8000 copie vendute – Giorgio Agamben riflette su un’altra categoria per cui è mancata finora un’adeguata dottrina politica: la guerra civile.

Il nuovo saggio del filosofo che ha cambiato il paesaggio del pensiero contemporaneo. La nozione di guerra civile, antica come la democrazia occidentale, è stata perlopiù elusa dai filosofi, che l’hanno ritenuta meno rispettabile di quella di rivoluzione. Grazie ad Agamben ritrova qui la sua centralità. In greco antico si chiamava stasis. La parola, accanto al significato di immobilità, arresto temporaneo, che si è conservato nell’italiano «stasi», ne aveva un altro che a noi suona del tutto opposto, di agitazione intestina, discordia: la contesa che nasceva tra i cittadini della stessa polis, insomma la guerra civile. Ma ciò che modernamente, con Hobbes, è stato temuto come la possibilità lacerante di dissoluzione dello Stato, nella grecità era connaturato alla vita politica, al punto che perdeva i diritti civili chi non si fosse schierato con una delle fazioni in lotta. Ai due poli, antico e moderno, dello stesso paradigma politico – da un lato la costitutività ambivalente e ineliminabile e dall’altro la necessaria esclusione della guerra civile, teorizzata da Hobbes –, e alla segreta solidarietà che invece li lega, Giorgio Agamben dedica un saggio che colma finalmente un vuoto, configurandosi come la prima, rivelatrice «stasiologia».

Giorgio Agamben ha insegnato presso le Università di Macerata e Verona e da ultimo allo IUAV di Venezia, da cui si è dimesso nel 2009. È stato visiting professor in numerose università americane ed europee. Tra i suoi libri: Homo sacer. Il potere sovrano e la nudavita (1995), Il sacramento del linguaggio (2008), Altissima povertà. Regole monastiche e forma di vita (2011) e Il mistero del male. Benedetto XVI e la fine dei tempi (2013). Presso Bollati Boringhieri ha pubblicato: Mezzi senza fine. Note sulla politica (1996), Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone (1998), Il tempo che resta. Un commento alla «Lettera ai Romani» (2000), La comunità che viene (2001), L’aperto. L’uomo e l’animale (2002), Stato di eccezione (2003), Ninfe (2007), Signatura rerum. Sul metodo(2008), Il Regno e la Gloria. Per una genealogia teologica dell’economia e del governo (2009) e Opus Dei. Archeologia dell’ufficio(2012).




In libreria dal 20 febbraio
La teoria dei neuroni specchio – una scoperta tutta italiana – viene messa in dubbio.
Forse non è corretta. Questo libro dice perché.

Era il 1992. Un gruppo di neuroscienziati dell’Università di Parma annunciò la scoperta di una nuova classe di cellule cerebrali nella corteccia motoria dei macachi. In laboratorio, questi «neuroni specchio» rispondevano
allo stesso modo sia che la scimmia compisse in prima persona un’azione motoria (afferrare un oggetto, ad esempio) sia che osservasse un’altra scimmia mentre compiva quell’azione. I ricercatori suggerirono subito che questi particolari neuroni avrebbero permesso alle scimmie di comprendere le azioni delle loro sorelle simulando nel proprio cervello le azioni che vedevano compiere, in qualche modo «sentendole», come se fossero loro stesse a compierle effettivamente. Un’idea molto seducente. Una chiave interpretativa strabiliante, e per giunta tutta italiana, nata in seno alla nostra comunità scientifica nazionale. Un successo, anche mediatico, enorme. Ma…Presto i neuroni specchio hanno abbandonato le scimmie e sono approdati nella testa degli uomini, causando una vera tempesta tra psicologi e neuroscienziati di tutto il mondo. Molti scienziati teorici hanno mostrato come queste cellule offrissero una spiegazione nuova ed elegante per spiegare l’evoluzione del linguaggio, lo sviluppo dell’empatia umana e le basi neurologiche dell’autismo. È stata prodotta una quantità di studi che ha chiamato in causa i neuroni specchio per qualsiasi cosa, dalla schizofrenia all’abuso di droghe, dall’orientamento sessuale alla contagiosità dello sbadiglio. Nel Mito dei neuroni specchio Gregory Hickok riesamina tutta la vicenda, sostenendo che si regge su fondamenta traballanti. Muovendo da un corpus imponente di osservazioni, dagli studi sul comportamento animale fino alle moderne tecniche di neuroimaging, Hickok sostiene che le basi della teoria dei neuroni specchio crollano di fronte all’evidenza. L’autore passa quindi ad esplorare nuove possibili spiegazioni sulla funzione dei neuroni specchio, affrontando nel frattempo alcune domande cruciali sulla cognizione e sul cervello. Come riescono allora gli esseri umani a imitare il prossimo in maniera così raffinata? È proprio necessario saper parlare per capire gli altri? Cos’è che va storto nel cervello di un bambino autistico? Il mito dei neuroni specchio non ci fornisce solo una storia molto istruttiva su come procede l’indagine scientifica, ma ci regala anche intuizioni profonde sull’organizzazione e la funzione del cervello umano e sulla natura della cognizione e della comunicazione.

«Ogni tanto c’è qualche scoperta che esce dai laboratori e prende vita propria, come fosse una spiegazione per tutti i misteri, una conferma dei nostri desideri più profondi e un’esca irresistibile per giornalisti e studiosi di scienze umane. Si è visto con la relatività, l’incertezza fisica, l’incompletezza matematica, gli equilibri punteggiati, la plasticità neuronale, la complessità, l’epigenetica e, ultimamente, i neuroni specchio. In questa analisi appassionata, accessibile e sensibile, Greg Hickok – scienziato cognitivo di grande statura – mette fine a questa millanteria, mostrando come i neuroni specchio in effetti non spiegano il linguaggio, l’empatia, la società né la pace nel mondo. Ma non è un saggio distruttivo; il lettore di questo libro imparerà molto sull’odierna scienza del linguaggio, della mente e del cervello, scoprendo così che la realtà è ancora più eccitante della mitologia».
Steven Pinker

«Questo libro è l’analogo scientifico di un thriller legale: contro ogni aspettativa, il brillante avvocato della parte perdente, con logica, metodo e una grazia disarmante, sconfigge il suo più famoso avversario, il colosso dei neuroni specchio, beniamino di chi non ha interesse ad analizzare i fatti nel dettaglio. Hickok però non ci lascia a mani vuote e ci offre un’alternativa plausibile alla popolare teoria dei neuroni specchio».
Patricia Churchland


In libreria dal 20 febbraio

Jonathan Silvertown
Mille anni o un giorno appena
I segreti della durata della vita

Nasciamo, viviamo e moriamo. La parte interessante è il termine di mezzo,
che è anche l’unico ad essere variabile in natura. Quanto a lungo viviamo?

Tutto ciò che vive morirà. È un fatto. Ma non muoiono tutti alla stessa età: negli esseri umani la variabilità della lunghezza della vita è altissima, del tutto incomparabile con quanto accade negli altri animali. Possiamo imparare molte cose dalla scienza dell’invecchiamento, ed è questo che si propone di fare il biologo Jonathan Silvertown in Mille anni o un giorno appena.

C’è un cespuglio, nel Sudovest degli Stati Uniti, che pare stia lì dall’ultima èra glaciale, cioè da 11700 anni, che il cespuglio ha evidentemente vissuto con grande calma. All’altro lato dello spettro della longevità troviamo l’effimera, un insetto dall’aspetto esile, il cui nome va preso alla lettera, dato che vive in tutto una mezz’ora. Possibile che la natura sia così variabile e «disordinata» quando si parla di lunghezza della vita? E poi perché la vita deve sempre terminare con la morte? Dopotutto, esistono specie talmente longeve da sembrare quasi immortali. Si tratta perlopiù di piante, ma anche tra gli animali la morte tiene la vita a un guinzaglio molto più lungo in alcune specie che in altre. Nella nostra specie quel guinzaglio è stato allungato nell’ultimo secolo di quindici minuti per ogni ora che passa: l’evidenza quindi ci dice che la lunghezza della vita è un fattore mutevole, che può essere alterato dall’evoluzione. Silvertown organizza il testo per temi – morte, longevità, invecchiamento, eredità, evoluzione… – e descrive con una verve particolare i più recenti sviluppi scientifici sul tema della longevità e dell’invecchiamento, nell’uomo, negli animali e nelle piante.

«”Le patate vivono più a lungo dei re”, sospira Silvertown in questo estroso libro sull’età. L’invecchiamento è un argomento complesso, ma l’autore riesce a mescolare arte, scienza e umorismo e costruisce un libro molto leggibile, che presenta una teoria dopo l’altra. (...) Il coinvolgente viaggio di Silvertown attraverso questa strana scienza termina con una domanda sul futuro: la ricerca sulle cellule staminali ci permetterà di mettere definitivamente l’invecchiamento nel sacco? Chi lo sa?»
«Publishers Weekly»

Jonathan Silvertown, professore di Ecologia alla Milton Keynes Open University, è un brillante divulgatore scientifico, autore di libri e pubblicazioni sul regno delle piante. Si è occupato di analisi delle variazioni biologiche della vegetazione, di storia dei processi evolutivi e di ecologia, specialmente in campo botanico. All’attività accademica e divulgativa affianca ruoli di spicco in progetti di salvaguardia dell’ambiente, come l’Ecological Continuity Trust, Citizen Science ed Evolution MegaLab. Per Bollati Boringhieri è uscito il suo La vita segreta dei semi (2010, ed. economica 2014).



In libreria dal 26 febbraio
Stephen M. Kosslyn e G. Wayne Miller
Cervello alto e cervello basso
Perché pensiamo ciò che pensiamo

La nuova teoria su come pensiamo. Non più emisfero destro (creativo) e sinistro (logico):l’interazione è invece tra «alto» e «basso».

Questo libro propone una teoria del tutto innovativa su come pensiamo e agiamo, elaborata da una delle massime autorità della psicologia cognitiva contemporanea. Nel corso delle sue indagini sulla formazione cosciente delle immagini «pensate», Stephen Kosslyn ha infatti notato una disparità di comportamento tra le fibre ventrali e quelle dorsali del cervello. Analizzando più nel dettaglio, è giunto a proporre la teoria del cervello «alto» e «basso» (Top Brain, Bottom Brain), che stravolge la comune concezione, spesso abusata, del cervello «sinistro» e «destro». Subito ripresa dal «Corriere della Sera», la teoria ha iniziato a circolare anche in Italia. A seconda che predomini la parte alta del cervello, quella bassa, nessuna delle due o entrambe, Kosslyn – che si è unito allo scrittore G. Wayne Miller per scrivere questo libro in modo assolutamente coinvolgente – propone quattro tipi distinti di personalità, ciascuno con le sue caratteristiche peculiari. Dinamico (Mover): utilizzo alternativo, a scelta, sia del cervello alto che del cervello basso, un modo di funzionamento che si traduce in pianificazione a lungo termine e che rende atti a diventare leader. Riflessivo (Perceiver): utilizzo opzionale e modulare del cervello basso, ma non del cervello alto. Esplorazione in profondità del proprio pensiero e delle proprie azioni, situate in un contesto ampio. Creativo (Stimulator): intenso uso del cervello alto, ma non del cervello basso. Eseguono progetti anche complessi, ma non si curano di seguirne le conseguenze. Possono essere creativi e originali.

Elastico (Adaptor): scarso uso opzionale tanto del cervello alto che del cervello basso. Niente progetti a lungo termine. Si è assorbiti dal contingente e dalle richieste immediate dell’ambiente. Si è ottimi membri di un team, negli sport e nelle imprese. Il libro propone un test, per aiutarci a scoprire a quale cervello apparteniamo. Il test sarà eseguibile on line anche nell’edizione italiana.

«Kosslyn è uno dei più grandi scienziati cognitivi a cavallo tra i nostri due secoli».
Steven Pinker

«Kosslyn e Miller hanno scritto un libro vivace, informativo e facile da seguire per il lettore comune, che fa comprendere molte funzioni cerebrali importanti. Chi non possiede conoscenze approfondite di neuroscienze e non è
in grado di seguire la ricerca di punta, troverà qui il luogo adatto per comprendere i fatti che dominano le prime pagine dei quotidiani».
Jerome Kagan

«Una teoria solida e totalmente nuova, con implicazioni pratiche
interessanti, formulata da uno dei più originali psicologi statunitensi».
Howard Gardner

«Libro estremamente stimolante e meravigliosamente leggibile».
Robert M. Sapolsky

Stephen M. Kosslyn, già direttore del Centro di studi avanzati di Scienze del comportamento presso l’Università di Stanford, ha fondato e dirige le Minerva Schools, presso il Keck Graduate Institute, Claremont, California. È stato direttore del dipartimento di Scienze sociali presso l’Università di Harvard, oltre a lavorare nel Dipartimento di Neurologia del Massachusetts General Hospital.  Autore di oltre trecento articoli specialistici e tredici libri, ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti negli Stati Uniti, in Francia e in Svizzera. In italiano è apparso Le immagini nella mente. Creare e utilizzare immagini nel cervello (1999).
G. Wayne Miller è giornalista presso «The Providence Journal», regista di documentari e prolifico autore di libri, sia di saggistica sia di narrativa. Premiato con numerosi riconoscimenti per il suo lavoro, ha fondato e dirige il Story in the Public Square program (publicstory.org).